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Bufale sul web? Ecco perché esistono e come riconoscerle prima di passare per pollo.

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Mi ero ripromesso circa trentasei volte di non scrivere nulla sull’argomento bufale sul web perché la mia fede nell’umanità mi portava a credere in un lento ma inesorabile aumento della malizia di ciascuno.

Come no. Qua più passa il tempo più persone che stimo, ammiro e/o a cui voglio bene fanno la fine dei polli, sbeffeggiati da amici e parenti (che a loro volta sono stati o saranno sbeffeggiati per lo stesso motivo).

(N.B. io mi limito a scrivere “E’ una bufala…”, mentre cerco uno spigolo contro cui sbattere la testa. Visto quanto vi voglio bene?)

La cosa mi fa male tanto quanto pensare che tali persone ignorino cosa ci sia dietro questo business (si, è un business a cifre che non immaginate) e che ritrovino dunque vittima di circonvenzione di i…gnorante digitale. Visto che non ammetto ciò, ecco

  • Cinque punti da ricordare per intuire si possa trattare di una bufala sul web
  • La spiegazione del perché le bufale esistono e continueranno a circolare
  • Due o tre ipotesi sul perché la gente ci caschi come una pera cotta (in realtà sono più che ipotesi, ma non lo ammetterete mai quindi resto sul soft)
  • Cosa potete fare per smettere di pagare la casa al mare a chi le mette in giro

N.B. è un articolo per non addetti ai lavori (il 99% delle persone) quindi userò i vari termini bufale, clickbait e via dicendo come sinonimi nonostante qualche sottile differenza…alla fine l’obiettivo è comune e il sistema identico, quindi era inutile essere ancora più logorroico :P

Cinque semplicissimi punti da ricordare quando leggete un titolo per capire se è una bufala sul web:

  1. E’ qualcosa che DOVETE condividere perché è importante che il mondo sappia questo segreto o questa cosa così scioccante? E’ una bufala.
  2. L’argomento vi indigna (90% dei casi politica, 10% migranti – oh, scusate, “immigrati”, altrimenti non si capisce – che vivono in piscina al posto vostro) e viene sottolineata l’importanza di una condivisione di massa? E’ una bufala.
  3. C’è una foto che vi genera dentro l’impulso a cliccarvi sopra, con un bel titolo curioso o provocatorio? E’ una bufala.
  4. Pensate non ci sia niente di male a condividerla, visto che POTREBBE essere importante? E’ una bufala.
  5. C’è scritto che se non lo fate accadrà qualcosa di terribile? I vostri dati diventeranno pubblici, moriranno otto bambini in Congo al secondo, il vostro gatto castrato diventerà sterile oppure la Madonna si arrabbierà se non scrivete “amen”? E’ una bufala. Si, esatto, compresa la roba dei vostri dati diventeranno pubblici, visto che i vostri dati sono GIA’ pubblici.

E già che ci siete, mettete gli occhiali

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L’ho sottolineato poco poco in rosso. Ora, a meno che non leggiate Tutosport, Republica e Il Mesagero avrete sicuramente notato come il nome del sito sia studiato per passare come il vero Il Fatto Quotidiano, visto che ormai la gente vede ma non legge. Già stare attenti a questo piccolissimo dettaglio riduce del 50% la possibilità di cadere nella trappola.

I vari maiuscolo, le soluzioni facili, sigle di istituti famosi o inventati (gli acronimi funzionano sempre, anche se qui ci si riferisce all’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori) sono altri dettagli da imparare a riconoscere. Non ci vuole molto, su!

Perché esiste il fenomeno delle bufale sul web?

Sarò breve e lapidario: soldi. Tanti soldi.

Come detto, il business attorno alle false notizie sul web, ossia una robe apparentemente insignificante, è enorme. Vale il detto che l’astuzia più grande del diavolo sia quella di far credere non esista. Che male c’è a cliccare sull’articolo e scoprire che è l’ennesima fuffa sul web e chiudere? Apparentemente nessuno, a parte il tempo perso. Peccato che milioni di clic di questo tipo generino entrate inimmaginabili grazie ai meccanismi pubblicitari sottostanti.

La collusione (uè paroloni! Sono arrivato alla C!) delle testate online

Giusto per farvi capire la mole di soldi che guadagna la gente che sta dietro a questo giro…Guardate qui:

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In poche parole, siti zeppi di spazzatura e/o agenzie che si occupano letteralmente di articoli che, analogamente alle bufale, giocano sulle parole per indurti a cliccare pagano spazi su Repubblica.it e altri siti tecnicamente rinomati per avere visibilità e avere ancora più traffico. Si tratta del fenomeno del click baiting (ossia “usare esche di clic”) che è impossibile non accomunare alle bufale. Dico, guardate Libero.it (e la testata giornalistica cartacea) per avere uno splendido esempio di tutto ciò. Splendido con l’accezione di emblematico, non di condivisibile. Il fatto che campino da vent’anni così vi fa capire la mole di guadagno, sulla quale Paolo Attivissimo e altri debunker (ossia chi svela le bufale) ha di recente pubblicato un bellissimo dossier.

Excusatio non petita, accusatio manifesta

Per la cronaca, a tale illuminante dossier (con tanto di nomi e cognomi di chi controlla il sistema) alcuni siti di “informazione” che sfruttano gli stessi principi di click bait hanno risposto con articoli come questo, dal quale emerge l’idea che controllare le bufale – e quindi i loro introiti – sia il primo passo per la censura sul web, il vero Grande Fratello orwelliano come nemmeno in 1984, una specie di Gestapo moderna e una roba degna di una setta suicida).

Dico, quanto è credibile una controaccusa del genere quando sul tuo sito capeggia in bella mostra questo (i commenti in rosso sono miei e, a scanso di equivoci, il virgolettato è quello che passa per la testa al 90% di chi legge ed è portato a cliccare):

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Il fantomatico algoritmo di Facebook contro le bufale sul web

Per la cronaca, non credete nemmeno quando viene detto che Facebook sta studiando l’algoritmo mega atomico e quantistico per bloccare il fenomeno, facendo esplodere le gonadi di chi osa postare bufale o altra spazzatura sui social. Non lo faranno mai per il semplice fatto che loro guadagnano (molto) con la stessa logica, visto che sfruttare un 70% di pubblico ingenuo genera traffico e aumenta il numero di interazioni, nonché di tempo passato a usare il social network. Infatti ogni tanto tengono a specificare che non impediranno la pubblicazione ma segnaleranno che potrebbe non essere una notizia verificata. Chissà perché!

A tale proposito, già che ci sono, avete mai notato su Facebook la proliferazione di frasi come…

Copia e incolla sulla tua bacheca, non condividere!

Avete presente lo starnuto e la soffiata di naso? E’ un indicatore ovvio di raffreddore. Ecco, “copia e incolla, non condividere!” è l’equivalente del sintomo inequivocabile di bufala. In quel caso è davvero circonvenzione di ignorante digitale, visto che si tratta fondamentalmente di scemenze con finalità di inquinamento mentale. Pensateci un attimo: facendo copia incolla senza condividere, si annulla in automatico l’anello precedente della catena, quindi è come se vi si passasse il testimone della bufala e quello dietro di voi si volatilizzasse, rendendo così impossibile risalire alla fonte della spazzatura. Vi rendete conto dello studio comportamentale dietro le bufale? E’ tutta psicologia, anche perché spesso si leggono tali messaggi scritti da amici di cui ci si fida, quindi è quasi naturale proseguire la catena (non fatelo più, vi prego! QUALUNQUE catena! Vi sfruttano!).

Perché la gente casca nella trappola delle bufale sul web?

I motivi sono decine, alcuni personali, altri universali. Tra i principali

  • ci sentiamo importanti quando comunichiamo a qualcuno di nostra conoscenza un’importante notizia o scoperta (soprattutto negativa)
  • cerchiamo il consenso delle altre persone, quindi se io scrivo (giusto per andare sul classico) che il bollo auto (da tutti odiato) secondo una legge del 2001 sarebbe illegale, la gente mi dà ragione e io mi sento importante.
  • non c’è apparentemente nulla di male a condividere qualcosa. Anzi, psicologicamente è come se starsi zitti avendo in mano una verità fosse ben peggio che condividere col mondo una menzogna. Se per evitare il senso di colpa o meno, fate voi. Vedi l’esempio del copia incolla non condividere…

Smettere di cascarci: la trasformazione da pollo a volpe

Ora che avete capito il perché esistono le bufale, come riconoscerle e perché la voglia di cliccare sul link o peggio di condividerle è così grande, vediamo cosa fare per evitare di continuare a pagare la villa al mare di gente che vi prende in giro e fa i soldi facendovi fare la figura dei polli.

Stai per condividere (o copincollare…) qualcosa? Prima vai su Google.

Dovete fare sapere al mondo che il bollo auto è illegale? Scrivete su Google “bollo auto illegale” e leggete cosa spunta fuori. Due o tre risultati e vi sarà tutto più chiaro, anche perché grazie al cielo c’è ancora chi fa informazione reale sul web, inclusi siti anti bufale.

Dovete fare sapere al mondo che il premier di turno afferma che tutti gli italiani tranne i politici dovranno tirare la cinghia a Natale perché lo vuole l’Europa? Andate su Google News e cercate il nome del premier/politico/autorità/sportivo/chiunque sia per vedere se la notizia spunta sul sito dell’ANSA e di altre testate più autorevoli di vostro cuGGino che vi ha mandato il link.

Dovete far sapere al mondo che quell’alimento che tutti mangiano in realtà è cancerogeno? Scrivete su Google il nome dell’alimento + cancerogeno. Posto che praticamente tutti lo sono ormai, scoprirete che – toh – se la carota non diventa un pezzo di carbone non è cancerogena. Già che ci siete, fatevi una cultura sull’argomento.

Etc etc. Tempo richiesto: otto secondi. Valgono più o meno dell’essere considerati dei babbioni da parte di chi vi conosce?

P.S. E soprattutto, come dico sempre, siate VOI fonte di informazione per chi vi sta intorno.

Smettere di essere polli diventando volpi equivale pure a fare scuola, evitando che altri ci caschino.

E’ come per le truffe online: evitare di caderci vi rende moralmente obbligati ad evitare che le persone a voi vicine ne siano vittime…così loro faranno lo stesso con altre e via dicendo.

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Massimo Cappanera

Uomo. Marito. Padre. Mi occupo di comunicazione sul web e marketing per professionisti e piccole aziende. Copywriter per passione e narratore di aneddoti per diletto. Fedele al motto "Verba volant, scripta manent, internet docet".

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